19 Maggio 2020

In un articolo del 2011 (Sole 24 Ore) Paolo Savona osservava che, nelle famiglie, quando la lotta per procurarsi il cibo trova favorevole conclusione, il principale impegno si sposta sulla salute.

Il COVID ha in qualche modo capovolto questa osservazione, ed in un periodo di maggiore normalizzazione la spesa sanitaria sarà destinata ad affiancarsi a quella alimentare. Questo nel momento di maggiore impoverimento delle famiglie Italiane che dovranno necessariamente ricorrere all’assistenza pubblica anche per le patologie più elementari.

Durante i mesi di Febbraio, Marzo, Aprile abbiamo avuto prova di quanto il timore causato dagli effetti nefasti del COVID 19 abbia sopito l’ansia per altre patologie anche molto gravi. Abbiamo registrato nella nostra materia una caduta verticale della richiesta di esami ritenuti ordinariamente urgenti per la tutela della funzione visiva. Molti danni causati da mancati interventi risulteranno difficilmente riparabili con implicazioni economiche, considerando che la maggiore parte delle informazioni e delle attività socioculturali utilizzano la funzione visiva come sistema primario.

Quanto osservato nella nostra materia ha trovato riscontro anche in altre discipline nelle quali un mancato intervento risulta pregiudizievole per la vita stessa del paziente.

L’organizzazione della sanità del post COVID 19 dovrà quindi muoversi con un duplice obiettivo: contenere il rischio contagio da Coronavirus e trattare tutte le urgenze delle quali l’epidemia ha ritardato la cura. Sono due obiettivi difficili presi singolarmente e ancora di più se uniti. Contenere il rischio contagio, infatti, richiede necessariamente un ritardo nelle procedure: meno persone, meno prestazioni. Recuperare le urgenze accumulate significa focalizzare tutte le energie disponibili per effettuare le tantissime prestazioni posticipate. Da una parte e dall’altra si prospetta un pericoloso aumento delle liste d’attesa che per interventi ritenuti non urgenti, come ad esempio quello della cataratta, superava ampiamente l’anno ancor prima della pandemia.

Uno dei presupposti, sia del rischio di contagio negli ospedali sia dell’aumento delle liste d’attesa, è il fatto che non esiste un filtro tra gli ospedali stessi e i pazienti.

In passato la selezione dei ricoveri ospedalieri veniva gestita da efficienti casse mutualistiche la cui attività era tuttavia troppo caratterizzata da una disparità di trattamento tra lavoratori e disoccupati o sottoccupati. Nel ’78 quindi lo stato italiano ha assunto totalmente a suo carico i servizi sanitari dando vita alle USL successivamente trasformate in ASL.

La descrizione dei compiti delle ASL dà ragione della impossibilità da parte di queste aziende di porsi direttamente come filtro per l’accesso alle strutture ospedaliere: “le ASL fanno parte del servizio sanitario nazionale; sono aziende con personalità giuridica pubblica, dotate di autonomia organizzativa, gestionale, tecnica, amministrativa, patrimoniale e contabile nonché centri di imputazione di autonomia imprenditoriale”.

Di conseguenza gli ambulatori degli ospedali hanno assunto compiti che più ragionevolmente avrebbe dovuto svolgere una rete extraospedaliera bene organizzata, lasciando ai medici assunti nelle strutture ospedaliere il compito di dedicarsi più pienamente ad esami maggiormente specializzati ed alla camera operatoria. Un accesso indiscriminato agli ambulatori ospedalieri non ha probabilmente giovato alla contenzione della pandemia.

Una soluzione quindi auspicabile che potrebbe sgravare il peso che nuovamente si accumulerà sugli ospedali è quello della delocalizzazione di compiti impropri, oggi svolti dai centri ospedalieri, ad efficienti ambulatori territoriali. Questo gioverebbe anche ad abbreviare le lunghe lista d’attesa per esami maggiormente specializzati e per gli interventi chirurgici.

Mario Stirpe - Presidente IRCCS Fondazione G.B.Bietti per lo Studio e la Ricerca in Oftalmologia ONLUS

Fonte: Sanità24 - Il Sole 24 ORE