ragazza

L’odissea delle distrofie retiniche rare e ultra-rare, il valore aggiunto della Fondazione Bietti nel diagnosticarle e l’orizzonte delle terapie geniche.

Nel 2015 giunse alla Fondazione Bietti una ragazza di 19 anni che aveva appena preso la patente. Paola (non il suo vero nome) in pochi mesi aveva sviluppato un’intensa fotofobia e perso da sette a due decimi di vista. Nessuno capiva perché. L’esame del fondo dell’occhio non rivelava assolutamente nulla di anormale. Quella di Paola era, così, divenuta un’odissea: figlia di piccoli agricoltori della provincia romana, era passata attraverso una serie di risonanze magnetiche e visite inconclusive tra le quali spiccava, in maniera non del tutto rassicurante, anche un accertamento psichiatrico per indagare se i sintomi riportati non originassero da un disturbo mentale.

Alla fine e contemporaneamente, ben tre specialistici prescrissero di rivolgersi all’IRCCS Fondazione Bietti nella speranza di trovare una diagnosi. Quando Paola entrò nell’ambulatorio di Genetica Oculare della Fondazione incontrò la dottoressa Lucia Ziccardi che, assieme ai suoi colleghi, fu capace di diagnosticare il primo caso europeo di distrofia maculare occulta, una malattie che colpisce, si stima, una persona ogni 18 milioni.

“Da qui si deve partire per capire le distrofie retiniche e la sfida che pongono ad oculisti e pazienti - spiega la dottoressa Ziccardi -. I pazienti dovranno non solo convivere con la malattia per tutta la vita ma saranno costretti a cambiare parametri e prospettive della propria esistenza personale, scolastica e lavorativa. Per molti il cambiamento arriverà presto - entro la seconda decade di vita - e non sarà reversibile” (Per approfondire: Le distrofie retiniche: cosa sono e come affrontarle).

“Le distrofie retiniche sono, infatti, malattie genetiche gravemente invalidanti e rientrano nel novero delle malattie rare o, addirittura, ultra-rare. Il che significa che si verificano in un caso su diverse migliaia o milioni di persone rispettivamente. Sono difficili da diagnosticare, perché i geni potenzialmente mutati sono centinaia e l’effetto di una singola mutazione può differire anche all’interno di una stessa famiglia. Esistono 8 gruppi di distrofie retiniche, responsabili, complessivamente, dell’1 per cento della cecità nel mondo. A prescindere dalle grandi differenze tra una forma e l’altra, tutte le distrofie retiniche evolvono, più o meno velocemente, nell’ipovisione, e tutte - eccetto una[1] - sono ancora incurabili”.

“Ciò non riduce l’importanza di una diagnosi precoce e precisa - sottolinea la dottoressa Mariacristina Parravano, responsabile della UOS Retina Medica della Fondazione Bietti -. Anzi, è vero il contrario. La maggior parte dei pazienti raggiungono il nostro IRCCS senza una diagnosi anche in età matura. Eppure, conoscere la specifica mutazione che causa una particolare forma di distrofia ereditaria è essenziale su tre livelli: avere informazioni prognostiche a breve e a lungo termine; diagnosticare preventivamente la stessa malattia tra i consanguinei; individuare i geni coinvolti per velocizzare lo sviluppo di terapie geniche ad hoc e soprattutto poter selezionare i pazienti che potrebbero usufruirne (diverse nuove terapie si apprestano ad entrare nella fase dei trial clinici)”.

“In questo orizzonte, la Fondazione Bietti può dare un contribuito determinante - spiega Parravano - grazia alla sua capacità di diagnosi e ricerca. Il valore aggiunto è dato dall’ambulatorio di Oftalmologia Genetica in cui convergono pareri multidisciplinari, dagli esperti di retina medica e di imaging, di eredo-distrofie ed elettrofisiologia, fino ai genetisti. Lo scopo è quello di correlare fenotipo e genotipo, cercando di studiare attraverso le più innovative tecniche di imaging, le alterazioni morfologiche e funzionali caratteristiche dello stadio e del tipo di patologia correlandole con le specifiche mutazioni genetiche”.

“Importantissimo - riprende Lucia Ziccardi - è anche dare ai pazienti una spiegazione e una prospettiva fondata scientificamente che li metta al riparo da criminali e ciarlatani. Famose e famigerate sono state in un passato non così lontano le legature delle arterie effettuate in Russia o i cocktail cubani che promettevano una cura ma che, in realtà, ingannavano e peggioravano la malattia. Diagnosticare con precisione malattie rare ed elusive come le distrofie retiniche ci permette di assistere non solo dei pazienti ma delle intere famiglie colpite da queste mutazioni ereditarie. E’ “una presa in carico” per tutta la vita e non si limita ai trattamenti farmacologici ma include come parte integrante un percorso di riabilitazione visiva. La riabilitazione visiva aiuta le persone sia ad accettare la progressiva perdita della vista che a compensare allenando il residuo visivo e imparando ad impiegare ausili ottici e informativi. Grazie a questo percorso - che a Roma viene erogato dall’ottimo Polo Nazionale di Ipovisione e Riabilitazione visiva presso l’Ospedale Gemelli - le persone colpite da ipovisione possono mantenere e riconquistare spazi di autonomia e libertà anche qualora  terapie chirurgiche e farmacologiche non siano ancora disponibili per scongiurare o recuperare la perdita della vista”.


[1] L’eccezione è data dall'Amaurosi congenita di Leber, una malattia rara per la quale è stata sviluppata una terapia genica: un vettore virale in grado di penetrare nelle cellule retiniche e sostituire il gene non funzionale che causa questa gravissima malattia visiva dell’età pediatrica. Il costo della singola iniezione è di 800mila euro e, finora, un’iniezione per occhio è stata sufficiente per curare la patologia.

 

5 Giugno 2020