Presenza sul territorio, nuove tecnologie e indicazioni chirurgiche: come recuperare gli interventi perduti. 

Intervista al dott. Domenico Schiano Lomoriello, Responsabile Unità Operativa  “Segmento Anteriore con annessi oculari - Fondazione G.B. Bietti 

 

Dopo oltre un anno e mezzo di pandemia, quale è la situazione per quanto riguarda la chirurgia della cataratta?
La situazione purtroppo non è felice, perché – come già è stato sottolineato –questa pandemia ha avuto conseguenze sanitarie che vanno ben oltre quello che è l’effetto del Covid sulla salute della popolazione, poiché ha determinato una serie di ritardi e mancate cure, anche dal punto di vista oftalmologico.

Per quanto riguarda, gli interventi di cataratta abbiamo avuto degli importanti rallentamenti dell’attività chirurgica con conseguente allungamento importante delle liste di attesa. Ulteriore conseguenza è anche un peggioramento delle condizioni cliniche dei pazienti che giungono all’ intervento dopo una lunga attesa.

 

A livello di numeri, può fare una stima di quanto pesa questo ritardo dovuto alla pandemia, sulla tabella di marcia degli interventi di cataratta?

Se pensiamo che per 3 mesi siamo stati in lockdown, che per altre 3-4 mesi gli ospedali sono stati inaccessibili; ci aggiungiamo altri 2 mesi di chiusure nel 2021, abbiamo all’incirca un arretrato di 8 mesi. Considerato che gli interventi di cataratta in Italia, pre pandemia, erano stimati sui 600.000 all’anno, il conto è presto fatto: parliamo di 300-400 mila interventi posticipati.

Adesso, naturalmente,  stiamo assistendo a una ripresa della chirurgia a ritmi anche maggiori rispetto a quelli pre-pandemia; tuttavia, vanno, appunto, recuperati gli interventi lasciati indietro.

La telemedicina può essere un aiuto in questo processo?

Può essere di ausilio in una fase di diagnosi che può essere fatta a distanza in circostanze in cui il paziente non può accedere al presidio sanitario. Tuttavia ovviamente sia l’intervento chirurgico che i controlli postoperatori necessitano della presenza del paziente.

Quale è la via da percorrere, allora per poter quindi intervenire il prima possibile sui pazienti che ne hanno bisogno e che stanno attendendo il loro turno?

È fondamentale l’ausilio di strutture distribuite il più possibile sul territorio, per una medicina che sia vicina al paziente, organizzata in modo che la diagnosi possa essere fatta perifericamente. Dirò di più: essendo quella della cataratta una chirurgia molto richiesta, potrebbe essa stessa essere capillare sul territorio, per concentrare, invece, in presidi centrali le chirurgie più complesse. Faccio un esempio per rendere l’idea: un medico che riceve i pazienti in ambulatorio, mediamente in un pomeriggio di ambulatorio può fare circa 15 visite, se impegnato, invece, in sala operatoria può svolgere 10 -12 interventi e quindi essere più “produttivo”. È un discorso di ottimizzazione delle risorse.

Per quanto riguarda, invece, le tecniche e le strumentazioni dedicate all’intervento della cataratta, che progressi ci sono stati in quest’ultimo periodo?

C’è un rilancio di tutte le tecnologie più moderne; la tecnica più recente prevede che la chirurgia sia eseguita mediante l’ausilio del laser a femtosecondi in alcune fasi cruciali dell’ intervento, Fermo restando tuttavia che l’intervento eseguito con la tecnica classica – che non prevede l’impiego del laser a femtosecondi – bensì l’uso di ultrasuoni, ha una dignità e una funzionalità ottimali: è un intervento rapido, di microchirurgia, sicuramente delicato e di precisione e che va fatto in strutture dedicate.

Inoltre, abbiamo la possibilità di utilizzare lenti intraoculari premium, che ci consentono di correggere il difetto visivo del paziente, in modo tale da rendere lo stesso il più possibile indipendente dall’uso degli occhiali.

Le lenti premium sono in grado di quindi, in grado di migliorare la vista contemporaneamente sia per lontano che per vicino migliorando la qualità della vita del paziente dopo la chirurgia.

A livello di prevenzione cosa consiglia ai pazienti?

Innanzitutto, dopo i 60 anni va fatta una visita oculistica all’anno, non solo per la cataratta ma anche per la prevenzione di tutte le altre patologie oculari.

Le linee guida SOI, infatti, indicano una visita oculistica ogni due anni dopo i 40 anni e una all’anno dopo i 60.

E nell’ambito della visita oculistica viene individuata l’eventuale opacizzazione del cristallino che può determinare un calo visivo. Un tempo si diceva che per operare la cataratta fosse necessario aspettare che la stessa fosse “matura”; oggi questo termine non ha più senso di esistere. Infatti, mentre fino a qualche anno fa si attendeva il raggiungimento di abilità visive molto basse per dare una indicazione all’intervento, oggi, l’indicazione è di operare non appena l’occhio presenta fastidi legati alla presenza della cataratta.

Quali sono questi disturbi?
Innanzitutto una riduzione visiva, per qualsiasi entità; la presenza di una riduzione della sensibilità al contrasto, ovvero vedere più sfocato o più attenuati i colori; infine, i classici sintomi notturni, come la sfocatura e la presenza di aloni attorno alle luci, (aloni luminosi) nonché lo sdoppiamento delle immagini.

Quindi, quando intervenire sulla cataratta?

Oggi la chirurgia della cataratta ha un carattere riabilitativo oltre a quello di guarigione nei confronti della patologia, si tende a operare prima che il paziente arrivi ad avere un forte disturbo della vista; dato che grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie (come le lenti premium) il soggetto operato ha una vera e propria riabilitazione visiva l’indicazione è proprio quella di non aspettare troppo ad intervenire chirurgicamente.

Un tempo si aspettava perché la chirurgia era maggiormente impegnativa e rischiosa, ma l’attesa stessa portava a peggiorare le condizioni del paziente, aumentando a sua volta il rischio dell’intervento.

Ecco allora che torniamo al discorso che facevamo prima sulle liste di attesa: se un paziente deve sottostare ad una lunga attesa, giungerà all’ intervento in condizioni invalidanti, a causa dell’avanzamento della patologia che potrebbero peggiorare quindi anche la prognosi della stessa.

12 Novembre 2021