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Lo stato di pandemia ha messo a dura prova lo svolgimento e la gestione dei trial clinici ma i moderni metodi diagnostici offrono soluzioni immediate e spunti per il futuro

Le misure di lockdown per contrastare la diffusione del nuovo Coronavirus hanno messo a dura prova l’organizzazione dei servizi di oftalmologia per i pazienti ma anche la gestione dei trial clinici.  In un’intervista realizzata il 17 agosto da Santen[1], il dottor Francesco Oddone, responsabile dell’unità operativa “Glaucoma” della Fondazione IRCCS G.B. Bietti, ragiona con Karen Osborn - CEO della Glaucoma International Association, UK - sulla necessità di adeguare i metodi della ricerca in oftalmologia per affrontare al meglio le nuove necessità.

Dottor Oddone, quali sono state le principali sfide per la ricerca in oftalmologia durante il lockdown?
La chiusura delle strutture adibite ai test clinici e le limitazioni agli spostamenti sono state uno dei problemi più significativi. Ma è il rischio di esporre pazienti e personale tecnico al contagio che influenza, tutt’ora, i metodi di lavoro.

Come si può prevenire il rischio?
La misura principale è diversificare gli orari di lavoro dello staff e utilizzare diverse strutture. In questo modo però si corre il rischio di essere sempre a corto di personale. Un altro problema che è insorto con la pandemia è il rallentamento dei lavori dei comitati etici che sono responsabili del controllo e delle autorizzazioni necessarie allo svolgimento dei test.

È necessario mettere uno stop ai test clinici in situazioni come questa?
Potrebbe essere necessario, in alcuni casi, fermare la sperimentazione clinica soprattutto quando non si ha prova di benefici immediati. Ma per alcune malattie croniche altamente debilitanti come il Glaucoma[2] è fondamentale continuare gli studi in corso. Una volta superata l’emergenza Coronavirus i risultati potrebbero aiutare sostanzialmente e in modo definitivo milioni di pazienti.

Non è sempre necessario bloccare le visite in clinica programmate per ogni paziente ma si devono soppesare i pro e i contro di ogni situazione. In ogni caso, laddove ci siano timori, non si deve cercare di convincere il paziente. Piuttosto si possono esporre le diverse opzioni e rassicurare sulle misure di prevenzione adottate in ogni centro.

Con la necessità di mantenere le distanze fisiche, devono essere potenziati i metodi diagnostici a distanza?
L’oftalmologia è una disciplina ad alto contenuto tecnologico e abbiamo, dunque, un certo vantaggio per quanto riguarda l’uso di nuove tecnologie. Possiamo ridurre il tempo che i pazienti devono passare in un centro realizzando da remoto alcune esami.  Per misurare la pressione intra oculare, ad esempio, è possibile avvalersi di apparecchi per uso domestico sfruttando apposite App per comunicaree i valori al medico o è possibile utilizzare delle lenti speciali abbinate agli smart-phone per fotografare il fondo oculare. Dobbiamo approfittare di questa opportunità per potenziare simili strumenti innovativi testarne l’affidabilità e quando possibile implemntarli nella pratica clinica.

E se resta ancora qualche dubbio?
L’attenzione principale deve essere sempre rivolta al benessere del paziente. Se ci sono dubbi riguardo al continuare o meno una sperimentazione clinica l’interesse del paziente deve sempre prevalere anche sugli interessi scientifici.



1]
https://www.linkedin.com/pulse/can-ophthalmology-clinical-research-continue-times-garrigue/?trackingId=qSi4P7j8TRucJVLzHbbRuA%3D%3D

[2] https://www.fondazionebietti.it/it/francesco-oddone-le-frontiere-del-glaucoma

4 Settembre 2020